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Storia
Padre Benigno
Angelo Calvi nacque il 23 Luglio 1909, terzogenito dei poverissimi genitori Francesco Calvi e Teresa Ceserani, crebbe ad Inzago, un paese come tanti che sorgono vicino all'Adda. Un portone si apre su un grande cortile circondato dalle abitazioni di varie famiglie. Appena sorpassato l'androne d'ingresso, sulla destra, l'abitazione antica dei Calvi. Della vecchia costruzione non rimane quasi più nulla: è stata rimodernata. Solo due finestre del retro, ci disse Luigi, sono ancora quelle della loro infanzia.
In quella casa, in quel cortile, crebbe il giovane Angelo, come un qualsiasi ragazzo della suo tempo. "Premetto che mio fratello -- sono parole del fratello Luigi --, modestia a parte, era un ragazzo molto responsabile, allegro e generoso; allegro, ma generoso. Aveva 13, 14 anni; aiutava molto la mamma, lavava i piatti, le pentole... Poi, noi avevamo i bachi da seta. Si piantava le tavole: lui ragazzino, per aiutare la mamma si arrampicava su per dare la foglia, quelle del gelso. Dopo, andava a lavorare; lì, in bottega, [in via Piola] faceva il falegname, e prima di andare alla bottega - era un ragazzino - con il giacchettino in mano andava in chiesa a salutare Gesù, a fare la visita.
Un 'altra cosa. Siccome mio papà era contadino, avevamo la terra qui, al "Soldone" e mio papà aveva la mucca. Ci mandava quindi, noi due - lui era maggiore di me di due anni -, a fare l'erba per la mucca. Ma io a dir la verità non avevo molta voglia di lavorare, mi piaceva giocare. Lui, tutto deciso, tutto sudato, faceva l'erba. Ogni tanto io lo facevo diventar matto, perché mi piaceva dargli dei pizzicotti: lui allora mi correva dietro ed io scappavo.
Un'altra cosa importante. Anche se stava lavorando, quando sentiva la campana che annunciava che si stava portando il viatico a qualche morente, piantava lì tutto, prendeva la giacchettina e correva in chiesa. Aveva 12, 13 anni. Mio papà non gli diceva niente, perché sapeva che era molto attaccato alla pietà, e andava in chiesa a sentire il prete. Noi avevamo una casa di paglia - lo chiamavamo il "casinot" - e lì a fianco c'era un roseto. Quelle rose guai a toccargliele: se le prendeva lui e le portava alla chiesa dell' oratorio. Era devoto alla Madonna, era un ragazzo molto di pietà: ma non era un "torcicollo", era gioviale, allegro, anche di compagnia. Un'altra cosa devo dire, che ho dimenticato. C'era una mia zia che lo prendeva sempre in braccio da piccolino e lo portava in chiesa: e lui con le manine faceva segno di voler andare avanti. E mia zia ha detto: "Questo ragazzo andrà prete senz'altro!". Lei è morta molti anni prima e non l'ha visto sacerdote.
Terminate le scuole elementari chiese di poter lavorare come apprendista falegname per dare un aiuto alla famiglia che non versava certo in floride condizioni economiche. Aveva capito che avevano bisogno di lui; ed anche dopo la partenza per Cherasco, questo legame lo mantenne per tutta la vita partecipando da vicino a tutte le situazioni ed avvenimenti della vita dei genitori e parenti. Tutta la sua corrispondenza ai genitori e familiari è un farli partecipi della sua vita e partecipare della loro.
La falegnameria in cui entrò il ragazzo apparteneva al sig. Caldarola, padre di Carlo, che sarà l'amico intimo destinatario di tante lettere da parte di P. Benigno. Ma la sua bontà non era che frutto di autodisciplina. La testimonianza di un suo compagno di lavoro è illuminante: "Io gli sono stato compagno nella bottega di falegname. Minore di cinque anni, talvolta non riuscivo a reggere bene la sega quando segavamo in copia. Quando vedeva che tiravo storto, faceva capolino [dall' altra parte] e mi guardava con aria ammonitrice, senza dir parola. Era un furiosetto!"
Quando non era al lavoro a casa o in falegnameria, era in oratorio. Fu qui che maturò la sua vocazione. All' inizio, le attività oratoriane erano state le solite: frequenza alle conferenze, al catechismo, i giochi comuni, le recite, la scuola di canto (Angelo aveva una bella voce tenorile). L' entusiasmo ed il fervore aumentò quando l' Assistente, Don Giuseppe Callegari, iniziò i Ritiri mensili e le Ore di Adorazione alla sera, con esami di coscienza e Confessioni.
Don Giuseppe, aveva riadattato a Cappellina per l' Oratorio l' ex-laboratorio di falegnameria di una cooperativa di falegnami, che era sorta in fretta ed altrettanto in fretta si era sciolta. In essa si conservava il Santissimo, e durante il giorno era sempre frequentata da qualche ragazzo, che sostava in preghiera.

INZAGO a sinistra, appena dentro l'androne, la casa d'infanzia di Padre Benigno. Ora, la casa, rimodernata, è abitata da un'altra famiglia.(foto d'archivio)

Don Giuseppe aveva insegnato ai ragazzi a pregare, a far meditazione: "Era riuscito ad ammaliare, in senso buono, un folto stuolo di giovani, nei quali contribuì a far sbocciare molte vocazioni: non meno di una trentina. Egli stesso, alla fine si fece missionario comboniano... Ricordo che don Giuseppe chiedeva spesso ai suoi giovani di pregare e sacrificarsi per quelli che non frequentavano l'Oratorio: la domenica dopo si vedevano arrivare facce mai viste!". Il suo amico e compagno Carlo Caldarola ricorda, di questo periodo, una visita al convento di Concesa: "Ogni anno l'Oratorio s. Luigi faceva una bella passeggiata a Concesa, con barconi sul Naviglio Martesana. Anche l' anno 1924 si fece questa passeggiata, e giunti al Convento-Santuario entrammo per la preghiera, mentre all' Altare si stava compiendo la cerimonia della Vestizione di un gruppo di Novizi. Era il 14 Settembre del 1924. Meravigliati, ci guardammo in viso come per dire: "È bello!". Allora io esclamai: "Veniamo anche noi?", e terminato, uscimmo di Chiesa, ma quella visione rimase nel nostro spirito. Angelo decise poi per il Carmelo, mentre io scelsi per don Bosco. Nulla sapevo però della sua decisione. S. Teresa del Bambino Gesù. lo aiutò e ne venne imitatore".
Dal 1915 i Carmelitani scalzi della provincia Lombarda avevano a Monza un collegio per gli aspiranti all'Ordine, ma allo scopo di aiutare le vocazioni di ragazzi di una certa età, se ne aprì un altro in Piemonte, precisamente a Cherasco, in provincia di Cuneo. Qui, nel novembre del 1926 entrò anche Angelo Calvi e vi rimase sino al Giugno del 1928. Angelo aveva lasciati da parecchi anni gli studi per dedicarsi al lavoro e all'assistenza della famiglia, e quindi gli riuscì difficile tenere il passo con i compagni nel corso scolastico già iniziato. Il ragazzo, che non era entrato in collegio spinto da motivi superficiali, ma consapevole delle difficoltà che avrebbe incontrato e risoluto a superarle, non si perse d'animo, raddoppiò l'impegno mentre si affidava all'intercessione di S. Teresina.


CHIERASCO (CN) - Storica città fortificata, che si erge su un'altura sovrastante la vallata del Tanaro. Nel palazzo a sinistra, nel 1631, venne firmata la pace fra Francesi e Piemontesi. La seconda costruzione a sinistra è la facciata della chiesa con l'ingresso del vecchio "Collegino", come si presentava ai tempi di Padre Benigno. Ora al posto del collegino è stata costruita una banca. Nel 1960 il collegio, ormai inadeguato, venne trasferito ad Alba.
Dio premiò la sua buona volontà, tanto sa riuscire fra i primi del suo corso. Angelo fu sempre convinto che questo risultato lo doveva alla protezione della "sua" Santa. E tutte le lettere successive saranno improntate ad uno spirito di fede e devozione particolare a S. Teresa, di cui prenderà il nome da religioso.
Ma fu la sua bontà d'animo, la sua mitezza a lasciare il ricordo più duraturo. Ecco una fresca testimonianza di un compagno: "Nei piccoli contrasti era il buon compagno che non sapeva litigare; e quando faceva un po' la voce grossa, gli dicevo: "Taci! Non sai litigare! Non è così che ci si inquieta!". A Piacenza, da studente di teologia, era il Decano (il più anziano, che aveva l'incarico di guidare la disciplina dei suoi compagni). Ricordo che più di una volta gli dissi: "Non sei capace di fare il Decano. Devi intervenire energicamente e far cessare certe divergenze. Ed egli, rivolgendosi a me con l'abituale sorriso, mi faceva comprendere che con la longanimità e la pazienza si ottiene molto di più che non con la severità e l'asprezza".
L'alba dei 21 Giugno 1928 è salutata nel convento di Concesa, dal suono festoso delle campane. Sei giovani, terminato il corso ginnasiale, inginocchiati dinanzi al Superiore, stanno per impegnarsi in un' esperienza più diretta con la vita religiosa. Con la cerimonia della Vestizione, si apre il Noviziato. Sarà un anno di prova, per saggiare concretamente, sotto la direzione del P. Maestro, le proprie forze e la consistenza della propria vocazione. Al termine della cerimonia, il Superiore, ricordò il desiderio espresso dal Calvi qualche giorno prima, e, quasi sillabando: "Tu ti chiamavi Angelo Calvi; da oggi in avanti ti chiamerai fra Benigno di S.Teresa del Bambino Gesù".

Un anno scandito dall'orario della vita comune, nella normalità dei gesti e degli atteggiamenti esteriori. Interiormente, invece, un desiderio intenso di consacrarsi per sempre a Dio.
Il 26 giugno 1929, la Professione religiosa, e poi con i compagni si trasferisce nello Studentato di Milano per gli studi filosofici; tre anni dopo a Piacenza, per quelli teologici.
Preghiera, vita comune, studio. Sempre, esteriormente, nulla di straordinario. Egli seguì la massima della sua S. Teresa: la santità non consiste nel fare cose straordinarie, ma nel fare le cose ordinarie in modo straordinario. Fra le pieghe di un' amabile semplicità, nascondeva la vera virtù cristiana: quella fatta non di poesia o di sentimentalismo, ma di sforzi tenaci della volontà. A noi non è dato di conoscere l'intimità e la profondità della sua anima, né quali sforzi gli costasse la virtù, ma da manifestazioni che potevano cadere sotto il controllo ci è permesso arguire come nell' anima di fra Benigno le virtù cristiane avessero una profonda radice ed una vitalità non comune.


Milano, 1932 - Foto di gruppo al termine dell'anno di filosofia. Fr. Benigno, in piedi, 2° da destra, nella fila di mezzo (foto archivio)
Come lo ricordano coloro che gli furono vicini in questo periodo? "In tutto il tempo che io lo ebbi a Piacenza come studente e Padrino - (sacerdote da poco ordinato) - sempre ho notato in lui spirito religioso, vera e soda pietà e grande spirito di sacrificio. Inoltre fu puntuale e tutti gli atti comuni, di esempio ai suoi compagni, rispettosissimo coi superiori e con tutti i religiosi. Era di carattere sempre uguale. Assicuro che mai l'ho visto alterato o crucciato, ma sempre mite, dolce e uguale in qualsiasi circostanza, sia prospera che avversa. Qualunque osservazione e correzione, veniva da lui accolta con umiltà: la metteva in pratica e me ne era tanto riconoscente".
Questo carattere lo faceva il beniamino degli ammalati. Testimoniano che, quantunque vi fosse il turno come infermieri, incaricati all' assistenza dei confratelli più anziani, il chiamato era sempre lui. Perché sapeva ascoltare, compatire, dire quella parola che, il più delle volte,"vale più di una costosa medicina".
Ma tutto questo non può essere che frutto di un impegno costante, sostenuto dalla grazia di Dio, ed illuminato dall'esempio e dalle parole della "sua Santina". Vivere in comunità, in qualsiasi comunità, religiosa e civile, è difficile e non di rado, doloroso. Gli uomini non differiscono soltanto per le loro note caratteristiche, ma per abitudini ed inclinazioni. La virtù, l'educazione, possono modificare, addolcire, ma non distruggere. Vivere quindi in buon accordo con tutti, compatirli, avere -- in una parola -- quell'equilibrio che attira l'ammirazione, la stima, l'affetto, è, prima di ogni altra cosa, frutto di una partecipazione dell' amore di Dio stesso. E P. Benigno fu amato. Ne è prova la testimonianza unanime di coloro che lo conobbero: "Anche durante lo Studentato - testimonia un suo compagno -- non vi è da notare alcunché di straordinario. In lui non mancò mai la buona volontà. Ai nostri motti alquanto sfottenti -- lo chiamavamo: "la Santina"-, rispondeva con il più largo dei sorrisi. Si commuoveva facilmente. Di animo squisitamente gentile, rispettava sempre la personalità degli altri. Il nostro corso era composto di elementi alquanto vivaci ed, ogni tanto, qualcuno combinava qualche marachella, che provocava le osservazioni dei Superiori. P. Benigno ci fu sempre solidale nei confronti dei Superiori, ma quando noi si eccedeva, sapeva intervenire anche con accenti forti, per richiamarci alla realtà della nostra vita religiosa."
Nelle testimonianze ricorrono continuamente queste sue qualità: caritatevole, affabile, sincero, rispettoso... e amante della preghiera. Dai brevi appunti sulla sua vita, ci è lecito affermare che precisamente la preghiera fu la base della sua vita spirituale. Dalla preghiera traeva l'amore per i confratelli, l'umiltà, l'obbedienza, la sua serenità. Pregava senza preoccupazione, semplicemente. Nella preghiera, nello studio, nella sofferenza nascosta dal sorriso, nella disponibilità amabile verso i confratelli, fra Benigno giunge al giorno della sua Ordinazione sacerdotale.
E finalmente il 26 Maggio 1935, attorniato dai familiari, a Piacenza, veniva ordinato sacerdote. Un anno dopo, nel Giugno del 1936, lo troviamo a Concesa (Trezzo d'Adda).Qui trascorre l'ultimo anno della sua vita: il più doloroso ed il più fecondo. I superiori gli affidarono l'assistenza della parrocchia del paese, in mancanza del parroco assente per malattia, e l'incarico di Vice Maestro dei Novizi. Per gli abitanti di Concesa bastarono quei pochi mesi per poterlo apprezzare tanto da non averlo dimenticato neppur oggi, a distanza di oltre cinquant'anni.
Le testimonianze della sua bontà non si contano. "Era molto attento ai malati. Lui si riversava in tutti i modi. Aveva una bontà enorme. Non aveva alcun ribrezzo a presentarsi anche davanti ad uno del quale avrebbe potuto prendere anche lui quella malattia". "Una signora, che aveva in casa il cognato, deforme e non del tutto normale (Battistin), assicura che quelle mani che reggevano con tanta passione l' Ostia santa, non disdegnavano di sporcarsi, mentre la aiutavano a pulire quel poveretto". "C'era un piccola minorata che, quando vedeva P. Benigno, gli andava incontro saltellando, strappandogli la corona, tirandogli lo scapolare perché la guardasse e si interessasse di lei, anche quando stava parlando con persone di un certo riguardo". "Assistendo una giovane tubercolotica, si chinava su di essa, vicinissimo alla sua bocca, per capire le sue parole, noncurante del pericolo del contagio; al punto che la mamma, dopo la morte della figlia , vedendolo impallidire e deperire, diceva: "Quel povero ragazzo forse ha preso qualcosa da mia figlia!", addossandosi quasi la colpa: e non si tranquillizzò se non quando seppe che P. Benigno morì di tutt'altra malattia." "Durante la festività di S. Teresa, il portico adiacente al Santuario era pieno di pellegrini, e, tra questi, tanti zingarelli con le loro fogge sporche e malmesse. Una persona - che forse si credeva "per bene" - si mise a deridere uno di questi. Lui, P. Benigno, avvertendo il disagio del piccolo, lo accarezza e lo porta vicino alla bancarella degli oggetti del Santuario. Dice alla responsabile: "Dammi un dieci centesimi", che poi dona al piccolo: "Ora, torna a casa". Ancora. "In una famiglia della più povere venne a mancare un ragazzo, che dalla vita non aveva avuto mai nulla. L'indigenza e le continue sofferenze, avevano fatto di questa creatura un povero essere emarginato. Una componente della famiglia piangeva per l'impossibilità di una pur piccola offerta per i funerali. Quando il Padre seppe il motivo del pianto, la rassicurò. E quei funerali furono officiati come se si fosse trattato di un grande personaggio".
Per un anno intero lo trovarono sempre pronto, di giorno e di notte, ad accorrere ad ogni chiamata, anche quando egli stesso era ormai minato nella salute. Aveva stimato la sofferenza come mezzo di elevazione a Dio; aveva confortato i suoi nelle loro prove; ne aveva fatto sorgente di apostolato fruttuoso; infine ne fa dono a Dio per il bene della sua Provincia religiosa. "Vicino alla morte -- si legge nella relazione del P. Gregorio, allora priore di Concesa - passò dall'offerta dei suoi dolori alla totale offerta della sua giovane vita al Signore, per il bene della nostra amata Provincia».
Intanto la malattia, che da tempo lo tormentava e che i medici non riuscivano a diagnosticare, lo stava divorando. Stava soffrendo molto, ma lo nascondeva sotto uno sguardo sempre dolce e l'abituale sorriso. Era preparato al dolore e quasi se l'aspettava. Si deve "soffrire assai - aveva scritto - per la salvezza delle anime". La vita del Sacerdote non è diversa dalla via percorsa da Gesù: "è la via dolorosa".
Il fisico, ormai allo stremo, crollò improvvisamente.
21 Ottobre: P. Benigno di S. Teresa di Gesù Bambino, già sofferente da parecchi mesi per dolori intestinali, si aggrava ed è costretto a letto. Nei giorni successivi, nonostante le cure, la situazione precipita. P. Benigno viene trasportato d'urgenza all'ospedale di Legnano. P. Cirillo, allora superiore del convento di Legnano: "Prima di entrare in sala operatoria il dott. Piccioni lo visita: vi trova un tale groviglio interno da esclamare: "Sfido chiunque a fare una diagnosi del male di questo Padre!". "Appena il professore incide - continua P. Cirillo, presente all'intervento - uno spruzzo di "pus" sporca dappertutto...Comincia subito la pulizia (allora non era stata ancora inventata la penicillina, e dovevano curare come potevano...). P. Benigno ebbe un sollievo al suo dolore, che era indicibile. Lo riportiamo in camera. Rinviene. Il P. Provinciale lo ha assistito per tutta la notte".
Ed ora lasciamo la parola proprio al P. Piertommaso, che più di ogni altro gli fu vicino nelle ultime ore. "P. Benigno, ormai già operato, ci riceve col suo amabile sorriso quasi dicesse: "Ora tocca a me"... Sale la febbre, che aggiunge una grande arsura al bruciore del taglio. Non un lamento; solo fa capire che sente troppo pesanti le coperte. Vedendolo increspare la fronte e guardarmi, - "Che c'è ?": gli domando. - "Dolore..." - "Sei tranquillo?". - "Sì, sì...". E bisbiglia. Mi avvicino con l'orecchio e sento: "Signore, Vi amo... Signore, Vi amo !...". ... Giungono poi i suoi genitori con il fratello, le sorelle e una zia. Li riceve tutti col suo solito sorriso. Restano parecchio tempo, poi si ferma il papà e il fratello mentre le donne tornano a casa. Congeda tutti senza una lacrima... Alle 3 del mattino una telefonata ci chiama: "Correte, perché muore!". Siamo subito all'Ospedale. Si arriva che già gli sono stati amministrati gli ultimi Sacramenti. - "Come va?". - "Bene... Ho fatto la S. Comunione adesso..., e l'Olio Santo...". - "Ti darò la Benedizione Papale...". - "Sì; ma intanto mi dia lo Scapolare". - "Vuoi rinnovare la S. Professione?". - "Volentieri".
"E mi chino su di lui per sentire le sue parole e, nel caso, suggerirgliele. Egli, parola per parola, compitando, rinnova i suoi Voti con sentimento profondo di offerta. Lo invito a recitare il Credo quale professione di fede, e lo recita con la serenità di chi sa di protestare a Dio la sudditanza della mente e del cuore. Gli imparto la Benedizione Papale che riceve con venerazione. Di nuovo, vuole baciare lo Scapolare che stringe fra le mani e soggiunge: "Io non l'ho lo Scapolare?" . Glielo tiro di sotto gli indumenti e glielo faccio vedere; lo bacia: - "Come è bello essere Carmelitano..., morire Carmelitano... coll'abito della Madonna...", e mi prende ancora lo Scapolare e lo bacia. Si mette un poco tranquillo. Ci chiama ancora tutti: chiede di fr. Mariano, di fr. Valentino (presente), di fr. Cherubino. Tre compagni d'infanzia e di Religione. Mi prende la mano: "Chiedo perdono a tutti, glielo dica a tutti, me li saluti tutti; il Signore mi vuole per la Provincia tanto perseguitata...". - "Prega per i tuoi compagni di studio, per tutti della Provincia, per l'Ordine"...
Il babbo suo gli vuole chiedere perdono ed Egli: - "Perdono di che... Ci vorrebbe altro, adesso !" e lo bacia. - "Coraggio, neh, coraggio!" dice il babbo. - "Coraggio a che?...È così bello morire!..." E sorride.
Fa coraggio alla zia e alla cugina arrivate nella notte; dà paterni avvertimenti al fratello, incaricandolo di salutare i parenti che nomina, "...e tutti e tutti" dice. Poi chiede del medico. Si stenta a chiamarlo, ma Egli insiste. Il medico viene ed Egli lo ringrazia di quello che ha fatto per lui; lo prega di scusarlo se l'aveva disturbato e gli bacia la mano in segno di gratitudine. Lo coglie una crisi; cessa il movimento delle labbra. Gli imparto l'assoluzione. Il respiro è breve, il polso rallenta. Il Crocefisso alle labbra non provoca nessun movimento di bacio. Si teme tutti che sia la fine, ma nessuno ha il coraggio di incominciare le ultime preghiere degli agonizzanti. Infatti, riapre gli occhi, guarda in giro; la vista gli è molto diminuita. - "Non vedo bene; che ora è?...Padre Nostro, non è ancora ora?...". - "Il Signore ti vuole far aspettare ancora un poco; coraggio!". E le sue labbra bisbigliano, baciano il Crocefisso: "Signore... Vi amo, ... Signore, Vi amo..!"
Si decide nel frattempo, su consiglio medico, di portarlo in Convento, a Concesa. Si vuole dargli la consolazione di morire tra i suoi Confratelli. - "Vuoi che ti portiamo in Convento, a Concesa?". - "Io faccio l'ubbidienza..: facciano loro... ubbidienza... ubbidienza...". ... Una ventina di persone sono sui gradini del Convento e quando ci vedono uscire dall'auto esclamano: "Facciano presto, muore, muore; è un santo, muore un santo...!". E piangono".
Lo portano nella sua cella. Si raduna la Comunità: gli impartiscono l' Estrema Unzione. Partecipa con lucidità. Gli chiedono la sua benedizione. Li benedice ed esclama: "Sono contento di morire carmelitano! Offro la mia vita per il bene della Provincia!". Sono le 9,15..
I funerali sono stati una vera apoteosi: mai vista tanto concorso di religiosi e di fedeli.
Da allora la sua fama di santità ha continuato a permanere viva, crescendo in modo particolare dopo l'introduzione della Causa di Beatificazione apertasi il 22 Giugno 1991. Attualmente, dopo che il 29 ottobre1993 l'Arcivescovo Card. Martini aveva chiuso, in seduta pubblica, nella chiesa parrocchiale di Concesa, il Processo diocesano sulle virtù del Servo di Dio, si è passati ai processi presso la Congregazione delle cause dei Santi, a Roma.
Intanto continuano le testimonianze di grazie ricevute tramite la sua intercessione.
Dal  2 aprile 1995, dopo una solenne traslazione dei suoi resti dal cimitero di Concesa, Padre Benigno riposa nel suo Santuario dei Padri di Concesa

Il lungo corteo dei religiosi precede la grande folla che accompagna il feretro di Padre Benigno tra le vie del paese pavesate a lutto, fino al cimitero di Concesa. (foto archivio)

O Divin Redentore Gesù,
che nella Tua infinita bontà
Ti compiacesti di adunare
nell'anima eletta di P. Benigno
tanti tesori di grazie
sì da renderlo Carmelitano perfetto
e Sacerdote tutto zelo,
per la Tua gloria ed il bene delle anime,
degnati di ascoltare l'umile preghiera
che fiduciosi noi Ti rivolgiamo
e concedi a noi,
per intercessione di lui,
la grazia che tanto ci sta a cuore.
Amen.

Gloria


Per informazioni su P. Benigno Calvi:
Padri Carmelitani Scalzi,Santuario di Concesa, 20056 Concesa di Trezzo d'Adda (MI) Tel. 02/90961489 - fax 02/90964144

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