| Storia |
| Padre Benigno |
Angelo Calvi nacque il 23 Luglio 1909, terzogenito dei poverissimi genitori Francesco Calvi e Teresa Ceserani, crebbe ad Inzago, un paese come tanti che sorgono vicino all'Adda. Un portone si apre su un grande cortile circondato dalle abitazioni di varie famiglie. Appena sorpassato l'androne d'ingresso, sulla destra, l'abitazione antica dei Calvi. Della vecchia costruzione non rimane quasi più nulla: è stata rimodernata. Solo due finestre del retro, ci disse Luigi, sono ancora quelle della loro infanzia.
In quella casa, in quel cortile, crebbe il giovane Angelo, come un qualsiasi ragazzo della suo tempo. "Premetto che mio fratello -- sono parole del fratello Luigi --, modestia a parte, era un ragazzo molto responsabile, allegro e generoso; allegro, ma generoso. Aveva 13, 14 anni; aiutava molto la mamma, lavava i piatti, le pentole... Poi, noi avevamo i bachi da seta. Si piantava le tavole: lui ragazzino, per aiutare la mamma si arrampicava su per dare la foglia, quelle del gelso.
Dopo, andava a lavorare; lì, in bottega, [in via Piola] faceva il
falegname, e prima di andare alla bottega - era un ragazzino - con il giacchettino in mano andava in chiesa a salutare Gesù, a fare la visita.
Un 'altra cosa. Siccome mio papà era contadino, avevamo la terra qui, al "Soldone" e
mio papà aveva la mucca. Ci mandava quindi, noi due -
lui era maggiore di me di due anni -, a fare l'erba per
la mucca. Ma io a dir la verità non avevo molta voglia
di lavorare, mi piaceva giocare. Lui, tutto deciso,
tutto sudato, faceva l'erba. Ogni tanto io lo facevo
diventar matto, perché mi piaceva dargli dei pizzicotti:
lui allora mi correva dietro ed io scappavo.
Un'altra cosa importante. Anche se stava lavorando,
quando sentiva la campana che annunciava che si stava portando il viatico a
qualche morente, piantava lì tutto, prendeva la giacchettina e correva in
chiesa. Aveva 12, 13 anni. Mio papà non gli diceva niente, perché sapeva
che era molto attaccato alla pietà, e andava in chiesa a sentire il
prete. Noi avevamo una casa di paglia - lo chiamavamo il "casinot" - e lì
a fianco c'era un roseto.
Quelle rose guai a toccargliele: se le prendeva
lui e le portava alla chiesa dell' oratorio.
Era devoto alla Madonna, era un ragazzo molto di
pietà: ma non era un "torcicollo",
era gioviale, allegro, anche di compagnia.
Un'altra cosa devo dire, che ho dimenticato.
C'era una mia zia che lo prendeva sempre
in braccio da piccolino e lo portava in
chiesa: e lui con le manine faceva segno di
voler andare avanti. E mia zia ha detto:
"Questo ragazzo andrà prete senz'altro!".
Lei è morta molti anni prima e non l'ha visto sacerdote. |
Terminate le
scuole
elementari
chiese di poter
lavorare come
apprendista
falegname per
dare un aiuto
alla famiglia
che non versava
certo in floride
condizioni
economiche.
Aveva capito che
avevano bisogno
di lui; ed anche
dopo la partenza
per Cherasco,
questo legame lo
mantenne per
tutta la vita
partecipando da
vicino a tutte
le situazioni ed
avvenimenti
della vita dei
genitori e
parenti. Tutta
la sua
corrispondenza
ai genitori e
familiari è un
farli partecipi
della sua vita e
partecipare
della loro.
La falegnameria
in cui entrò il
ragazzo
apparteneva al
sig. Caldarola,
padre di Carlo,
che sarà l'amico
intimo
destinatario di
tante lettere da
parte di P.
Benigno. Ma la
sua bontà non
era che frutto
di
autodisciplina.
La testimonianza
di un suo
compagno di
lavoro è
illuminante: "Io
gli sono stato
compagno nella
bottega di
falegname.
Minore di cinque
anni, talvolta
non riuscivo a
reggere bene la
sega quando
segavamo in
copia. Quando
vedeva che
tiravo storto,
faceva capolino
[dall' altra
parte] e mi
guardava con
aria
ammonitrice,
senza dir
parola. Era un
furiosetto!" |
Quando non era al
lavoro a casa o
in falegnameria,
era in oratorio.
Fu qui che
maturò la sua
vocazione. All'
inizio, le
attività
oratoriane erano
state le solite:
frequenza alle
conferenze, al
catechismo, i
giochi comuni,
le recite, la
scuola di canto
(Angelo aveva
una bella voce
tenorile). L'
entusiasmo ed il
fervore aumentò
quando l'
Assistente, Don
Giuseppe
Callegari,
iniziò i Ritiri
mensili e le Ore
di Adorazione
alla sera, con
esami di
coscienza e
Confessioni.
Don Giuseppe,
aveva riadattato
a Cappellina per
l' Oratorio l'
ex-laboratorio
di falegnameria
di una
cooperativa di
falegnami, che
era sorta in
fretta ed
altrettanto in
fretta si era
sciolta. In essa
si conservava il
Santissimo, e
durante il
giorno era
sempre
frequentata da
qualche ragazzo,
che sostava in
preghiera.
|

INZAGO a
sinistra, appena
dentro
l'androne, la
casa d'infanzia
di Padre
Benigno. Ora, la
casa,
rimodernata, è
abitata da
un'altra
famiglia.(foto
d'archivio) |
Don Giuseppe
aveva insegnato
ai ragazzi a
pregare, a far
meditazione: "Era
riuscito ad
ammaliare, in
senso buono, un
folto stuolo di
giovani, nei
quali contribuì
a far sbocciare
molte vocazioni:
non meno di una
trentina. Egli
stesso, alla
fine si fece
missionario
comboniano...
Ricordo che don
Giuseppe
chiedeva spesso
ai suoi giovani
di pregare e
sacrificarsi per
quelli che non
frequentavano
l'Oratorio: la
domenica dopo si
vedevano
arrivare facce
mai viste!".
Il suo amico e
compagno Carlo
Caldarola
ricorda, di
questo periodo,
una visita al
convento di
Concesa: "Ogni
anno l'Oratorio
s. Luigi faceva
una bella
passeggiata a
Concesa, con
barconi sul
Naviglio
Martesana. Anche
l' anno 1924 si
fece questa
passeggiata, e
giunti al
Convento-Santuario
entrammo per la
preghiera,
mentre all'
Altare si stava
compiendo la
cerimonia della
Vestizione di un
gruppo di
Novizi. Era il
14 Settembre del
1924.
Meravigliati, ci
guardammo in
viso come per
dire: "È bello!".
Allora io
esclamai: "Veniamo
anche noi?",
e terminato,
uscimmo di
Chiesa, ma
quella visione
rimase nel
nostro spirito.
Angelo decise
poi per il
Carmelo, mentre
io scelsi per
don Bosco. Nulla
sapevo però
della sua
decisione. S.
Teresa del
Bambino Gesù. lo
aiutò e ne venne
imitatore". |
Dal 1915 i
Carmelitani
scalzi della
provincia
Lombarda avevano
a Monza un
collegio per gli
aspiranti
all'Ordine, ma
allo scopo di
aiutare le
vocazioni di
ragazzi di una
certa età, se ne
aprì un altro in
Piemonte,
precisamente a
Cherasco, in
provincia di
Cuneo. Qui, nel
novembre del
1926 entrò anche
Angelo Calvi e
vi rimase sino
al Giugno del
1928. Angelo
aveva lasciati
da parecchi anni
gli studi per
dedicarsi al
lavoro e
all'assistenza
della famiglia,
e quindi gli
riuscì difficile
tenere il passo
con i compagni
nel corso
scolastico già
iniziato. Il
ragazzo, che non
era entrato in
collegio spinto
da motivi
superficiali, ma
consapevole
delle difficoltà
che avrebbe
incontrato e
risoluto a
superarle, non
si perse
d'animo,
raddoppiò
l'impegno mentre
si affidava
all'intercessione
di S. Teresina.

CHIERASCO
(CN) - Storica
città
fortificata, che
si erge su
un'altura
sovrastante la
vallata del
Tanaro. Nel
palazzo a
sinistra, nel
1631, venne
firmata la pace
fra Francesi e
Piemontesi. La
seconda
costruzione a
sinistra è la
facciata della
chiesa con
l'ingresso del
vecchio "Collegino", come
si presentava ai
tempi di Padre
Benigno. Ora al
posto del
collegino è
stata costruita
una banca. Nel
1960 il
collegio, ormai
inadeguato,
venne trasferito
ad Alba. |
Dio premiò la sua
buona volontà,
tanto sa
riuscire fra i
primi del suo
corso. Angelo fu
sempre convinto
che questo
risultato lo
doveva alla
protezione della
"sua" Santa. E
tutte le lettere
successive
saranno
improntate ad
uno spirito di
fede e devozione
particolare a S.
Teresa, di cui
prenderà il nome
da religioso.
Ma fu la sua
bontà d'animo,
la sua mitezza a
lasciare il
ricordo più
duraturo. Ecco
una fresca
testimonianza di
un compagno: "Nei
piccoli
contrasti era il
buon compagno
che non sapeva
litigare; e
quando faceva un
po' la voce
grossa, gli
dicevo: "Taci!
Non sai
litigare! Non è
così che ci si
inquieta!".
A Piacenza, da
studente di
teologia, era il
Decano (il più
anziano, che
aveva l'incarico
di guidare la
disciplina dei
suoi compagni).
Ricordo che più
di una volta gli
dissi: "Non
sei capace di
fare il Decano.
Devi intervenire
energicamente e
far cessare
certe
divergenze. Ed
egli,
rivolgendosi a
me con
l'abituale
sorriso, mi
faceva
comprendere che
con la
longanimità e la
pazienza si
ottiene molto di
più che non con
la severità e
l'asprezza". |
L'alba dei 21
Giugno 1928 è
salutata nel
convento di
Concesa, dal
suono festoso
delle campane.
Sei giovani,
terminato il
corso
ginnasiale,
inginocchiati
dinanzi al
Superiore,
stanno per
impegnarsi in
un' esperienza
più diretta con
la vita
religiosa. Con
la cerimonia
della
Vestizione, si
apre il
Noviziato. Sarà
un anno di
prova, per
saggiare
concretamente,
sotto la
direzione del P.
Maestro, le
proprie forze e
la consistenza
della propria
vocazione. Al
termine della
cerimonia, il
Superiore,
ricordò il
desiderio
espresso dal
Calvi qualche
giorno prima, e,
quasi
sillabando: "Tu
ti chiamavi
Angelo Calvi; da
oggi in avanti
ti chiamerai
fra Benigno di
S.Teresa del
Bambino Gesù".
Un
anno scandito
dall'orario
della vita
comune, nella
normalità dei
gesti e degli
atteggiamenti
esteriori.
Interiormente,
invece, un
desiderio
intenso di
consacrarsi per
sempre a Dio.
|
Il 26 giugno
1929, la
Professione
religiosa, e poi
con i compagni
si trasferisce
nello Studentato
di Milano per
gli studi
filosofici; tre
anni dopo a
Piacenza, per
quelli
teologici.
Preghiera, vita
comune, studio.
Sempre,
esteriormente,
nulla di
straordinario.
Egli seguì la
massima della
sua S. Teresa: la
santità non
consiste nel
fare cose
straordinarie,
ma nel fare le
cose ordinarie
in modo
straordinario.
Fra le pieghe di
un' amabile
semplicità,
nascondeva la
vera virtù
cristiana:
quella fatta non
di poesia o di
sentimentalismo,
ma di sforzi
tenaci della
volontà. A noi
non è dato di
conoscere
l'intimità e la
profondità della
sua anima, né
quali sforzi gli
costasse la
virtù, ma da
manifestazioni
che potevano
cadere sotto il
controllo ci è
permesso arguire
come nell' anima
di fra Benigno
le virtù
cristiane
avessero una
profonda radice
ed una vitalità
non comune.

Milano, 1932
- Foto di gruppo
al termine
dell'anno di
filosofia. Fr.
Benigno, in
piedi, 2° da
destra, nella
fila di mezzo
(foto archivio) |
Come lo ricordano
coloro che gli
furono vicini in
questo periodo?
"In tutto il
tempo che io lo
ebbi a Piacenza
come studente e
Padrino -
(sacerdote da
poco ordinato) -
sempre ho notato
in lui spirito
religioso, vera
e soda pietà e
grande spirito
di sacrificio.
Inoltre fu
puntuale e tutti
gli atti comuni,
di esempio ai
suoi compagni,
rispettosissimo
coi superiori e
con tutti i
religiosi. Era
di carattere
sempre uguale.
Assicuro che mai
l'ho visto
alterato o
crucciato, ma
sempre mite,
dolce e uguale
in qualsiasi
circostanza, sia
prospera che
avversa.
Qualunque
osservazione e
correzione,
veniva da lui
accolta con
umiltà: la
metteva in
pratica e me ne
era tanto
riconoscente".
Questo carattere
lo faceva il
beniamino degli
ammalati.
Testimoniano
che, quantunque
vi fosse il
turno come
infermieri,
incaricati all'
assistenza dei
confratelli più
anziani, il
chiamato era
sempre lui.
Perché sapeva
ascoltare,
compatire, dire
quella parola
che, il più
delle
volte,"vale più
di una costosa
medicina".
Ma tutto questo
non può essere
che frutto di un
impegno
costante,
sostenuto dalla
grazia di Dio,
ed illuminato
dall'esempio e
dalle parole
della "sua
Santina". Vivere
in comunità, in
qualsiasi
comunità,
religiosa e
civile, è
difficile e non
di rado,
doloroso. Gli
uomini non
differiscono
soltanto per le
loro note
caratteristiche,
ma per abitudini
ed inclinazioni.
La virtù,
l'educazione,
possono
modificare,
addolcire, ma
non distruggere.
Vivere quindi in
buon accordo con
tutti,
compatirli,
avere -- in una
parola --
quell'equilibrio
che attira
l'ammirazione,
la stima,
l'affetto, è,
prima di ogni
altra cosa,
frutto di una
partecipazione
dell' amore di
Dio stesso. E P.
Benigno fu
amato. Ne è
prova la
testimonianza
unanime di
coloro che lo
conobbero: "Anche
durante lo
Studentato -
testimonia un
suo compagno --
non vi è da
notare alcunché
di
straordinario.
In lui non mancò
mai la buona
volontà. Ai
nostri motti
alquanto
sfottenti -- lo
chiamavamo: "la
Santina"-,
rispondeva con
il più largo dei
sorrisi. Si
commuoveva
facilmente. Di
animo
squisitamente
gentile,
rispettava
sempre la
personalità
degli altri. Il
nostro corso era
composto di
elementi
alquanto vivaci
ed, ogni tanto,
qualcuno
combinava
qualche
marachella, che
provocava le
osservazioni dei
Superiori. P.
Benigno ci fu
sempre solidale
nei confronti
dei Superiori,
ma quando noi si
eccedeva, sapeva
intervenire
anche con
accenti forti,
per richiamarci
alla realtà
della nostra
vita religiosa."
Nelle
testimonianze
ricorrono
continuamente
queste sue
qualità:
caritatevole,
affabile,
sincero,
rispettoso... e
amante della
preghiera. Dai
brevi appunti
sulla sua vita,
ci è lecito
affermare che
precisamente la
preghiera fu la
base della sua
vita spirituale.
Dalla preghiera
traeva l'amore
per i
confratelli,
l'umiltà,
l'obbedienza, la
sua serenità.
Pregava senza
preoccupazione,
semplicemente.
Nella preghiera,
nello studio,
nella sofferenza
nascosta dal
sorriso, nella
disponibilità
amabile verso i
confratelli, fra
Benigno giunge
al giorno della
sua Ordinazione
sacerdotale. |
| E finalmente il
26 Maggio 1935, attorniato dai familiari,
a Piacenza,
veniva ordinato
sacerdote. Un
anno dopo, nel
Giugno del 1936,
lo troviamo a
Concesa (Trezzo
d'Adda).Qui
trascorre
l'ultimo anno
della sua vita:
il più doloroso
ed il più
fecondo. I
superiori gli
affidarono
l'assistenza
della parrocchia
del paese, in
mancanza del
parroco assente
per malattia, e
l'incarico di
Vice Maestro dei
Novizi. Per gli
abitanti di
Concesa
bastarono quei
pochi mesi per
poterlo
apprezzare tanto
da non averlo
dimenticato
neppur oggi, a
distanza di
oltre
cinquant'anni. |
| Le testimonianze
della sua bontà
non si contano.
"Era molto
attento ai
malati. Lui si
riversava in
tutti i modi.
Aveva una bontà
enorme. Non
aveva alcun
ribrezzo a
presentarsi
anche davanti ad
uno del quale
avrebbe potuto
prendere anche
lui quella
malattia". "Una
signora, che
aveva in casa il
cognato, deforme
e non del tutto
normale (Battistin),
assicura che
quelle mani che
reggevano con
tanta passione
l' Ostia santa,
non disdegnavano
di sporcarsi,
mentre la
aiutavano a
pulire quel
poveretto".
"C'era un
piccola minorata
che, quando
vedeva P.
Benigno, gli
andava incontro
saltellando,
strappandogli la
corona,
tirandogli lo
scapolare perché
la guardasse e
si interessasse
di lei, anche
quando stava
parlando con
persone di un
certo riguardo".
"Assistendo una
giovane
tubercolotica,
si chinava su di
essa,
vicinissimo alla
sua bocca, per
capire le sue
parole,
noncurante del
pericolo del
contagio; al
punto che la
mamma, dopo la
morte della
figlia ,
vedendolo
impallidire e
deperire,
diceva: "Quel
povero ragazzo
forse ha preso
qualcosa da mia
figlia!",
addossandosi
quasi la colpa:
e non si
tranquillizzò se
non quando seppe
che P. Benigno
morì di
tutt'altra
malattia."
"Durante la
festività di S.
Teresa, il
portico
adiacente al
Santuario era
pieno di
pellegrini, e,
tra questi,
tanti zingarelli
con le loro
fogge sporche e
malmesse. Una
persona - che
forse si credeva
"per bene" - si
mise a deridere
uno di questi.
Lui, P. Benigno,
avvertendo il
disagio del
piccolo, lo
accarezza e lo
porta vicino
alla bancarella
degli oggetti
del Santuario.
Dice alla
responsabile:
"Dammi un dieci
centesimi", che
poi dona al
piccolo: "Ora,
torna a casa".
Ancora. "In una
famiglia della
più povere venne
a mancare un
ragazzo, che
dalla vita non
aveva avuto mai
nulla.
L'indigenza e le
continue
sofferenze,
avevano fatto di
questa creatura
un povero essere
emarginato. Una
componente della
famiglia
piangeva per
l'impossibilità
di una pur
piccola offerta
per i funerali.
Quando il Padre
seppe il motivo
del pianto, la
rassicurò. E
quei funerali
furono officiati
come se si fosse
trattato di un
grande
personaggio". |
| Per un anno
intero lo
trovarono sempre
pronto, di
giorno e di
notte, ad
accorrere ad
ogni chiamata,
anche quando
egli stesso era
ormai minato
nella salute.
Aveva stimato la
sofferenza come
mezzo di
elevazione a
Dio; aveva
confortato i
suoi nelle loro
prove; ne aveva
fatto sorgente
di apostolato
fruttuoso;
infine ne fa
dono a Dio per
il bene della
sua Provincia
religiosa. "Vicino
alla morte -- si
legge nella
relazione del P.
Gregorio, allora
priore di
Concesa - passò
dall'offerta dei
suoi dolori alla
totale offerta
della sua
giovane vita al
Signore, per il
bene della
nostra amata
Provincia». |
Intanto la
malattia, che da
tempo lo
tormentava e che
i medici non
riuscivano a
diagnosticare,
lo stava
divorando. Stava
soffrendo molto,
ma lo nascondeva
sotto uno
sguardo sempre
dolce e
l'abituale
sorriso. Era
preparato al
dolore e quasi
se l'aspettava.
Si deve
"soffrire assai
- aveva scritto
- per la
salvezza delle
anime". La vita
del Sacerdote
non è diversa
dalla via
percorsa da
Gesù: "è la via
dolorosa".
Il
fisico, ormai
allo stremo,
crollò
improvvisamente.
21 Ottobre: P.
Benigno di S.
Teresa di Gesù
Bambino, già
sofferente da
parecchi mesi
per dolori
intestinali, si
aggrava ed è
costretto a
letto. Nei
giorni
successivi,
nonostante le
cure, la
situazione
precipita. P.
Benigno viene
trasportato
d'urgenza
all'ospedale di
Legnano. P.
Cirillo, allora
superiore del
convento di
Legnano: "Prima
di entrare in
sala operatoria
il dott.
Piccioni lo
visita: vi trova
un tale
groviglio
interno da
esclamare:
"Sfido chiunque
a fare una
diagnosi del
male di questo
Padre!". "Appena
il professore
incide -
continua P.
Cirillo,
presente
all'intervento -
uno spruzzo di
"pus" sporca
dappertutto...Comincia
subito la
pulizia (allora
non era stata
ancora inventata
la penicillina,
e dovevano
curare come
potevano...). P.
Benigno ebbe un
sollievo al suo
dolore, che era
indicibile. Lo
riportiamo in
camera.
Rinviene. Il P.
Provinciale lo
ha assistito per
tutta la notte". |
| Ed ora lasciamo
la parola
proprio al P.
Piertommaso, che
più di ogni
altro gli fu
vicino nelle
ultime ore.
"P. Benigno,
ormai già
operato, ci
riceve col suo
amabile sorriso
quasi dicesse:
"Ora tocca a
me"... Sale la
febbre, che
aggiunge una
grande arsura al
bruciore del
taglio. Non un
lamento; solo fa
capire che sente
troppo pesanti
le coperte.
Vedendolo
increspare la
fronte e
guardarmi, -
"Che c'è ?": gli
domando. -
"Dolore..." -
"Sei
tranquillo?". -
"Sì, sì...". E
bisbiglia. Mi
avvicino con
l'orecchio e
sento: "Signore,
Vi amo...
Signore, Vi amo
!...". ...
Giungono poi i
suoi genitori
con il fratello,
le sorelle e una
zia. Li riceve
tutti col suo
solito sorriso.
Restano
parecchio tempo,
poi si ferma il
papà e il
fratello mentre
le donne tornano
a casa. Congeda
tutti senza una
lacrima... Alle
3 del mattino
una telefonata
ci chiama:
"Correte, perché
muore!". Siamo
subito
all'Ospedale. Si
arriva che già
gli sono stati
amministrati gli
ultimi
Sacramenti. -
"Come va?". -
"Bene... Ho
fatto la S.
Comunione
adesso..., e
l'Olio
Santo...". - "Ti
darò la
Benedizione
Papale...". -
"Sì; ma intanto
mi dia lo
Scapolare". -
"Vuoi rinnovare
la S.
Professione?". -
"Volentieri". |
| "E mi chino su di
lui per sentire
le sue parole e,
nel caso,
suggerirgliele.
Egli, parola per
parola,
compitando,
rinnova i suoi
Voti con
sentimento
profondo di
offerta. Lo
invito a
recitare il
Credo quale
professione di
fede, e lo
recita con la
serenità di chi
sa di protestare
a Dio la
sudditanza della
mente e del
cuore. Gli
imparto la
Benedizione
Papale che
riceve con
venerazione. Di
nuovo, vuole
baciare lo
Scapolare che
stringe fra le
mani e
soggiunge: "Io
non l'ho lo
Scapolare?" .
Glielo tiro di
sotto gli
indumenti e
glielo faccio
vedere; lo
bacia: - "Come è
bello essere
Carmelitano...,
morire
Carmelitano...
coll'abito della
Madonna...", e
mi prende ancora
lo Scapolare e
lo bacia. Si
mette un poco
tranquillo. Ci
chiama ancora
tutti: chiede di
fr. Mariano, di
fr. Valentino
(presente), di
fr. Cherubino.
Tre compagni
d'infanzia e di
Religione. Mi
prende la mano:
"Chiedo perdono
a tutti, glielo
dica a tutti, me
li saluti tutti;
il Signore mi
vuole per la
Provincia tanto
perseguitata...".
- "Prega per i
tuoi compagni di
studio, per
tutti della
Provincia, per
l'Ordine"... |
Il babbo suo gli
vuole chiedere
perdono ed Egli:
- "Perdono di
che... Ci
vorrebbe altro,
adesso !" e
lo bacia. -
"Coraggio, neh,
coraggio!"
dice il babbo. -
"Coraggio a
che?...È così
bello
morire!..."
E sorride.
Fa coraggio
alla zia e alla
cugina arrivate
nella notte; dà
paterni
avvertimenti al
fratello,
incaricandolo di
salutare i
parenti che
nomina, "...e
tutti e tutti"
dice. Poi chiede
del medico. Si
stenta a
chiamarlo, ma
Egli insiste. Il
medico viene ed
Egli lo
ringrazia di
quello che ha
fatto per lui;
lo prega di
scusarlo se
l'aveva
disturbato e gli
bacia la mano in
segno di
gratitudine. Lo
coglie una
crisi; cessa il
movimento delle
labbra. Gli
imparto
l'assoluzione.
Il respiro è
breve, il polso
rallenta. Il
Crocefisso alle
labbra non
provoca nessun
movimento di
bacio. Si teme
tutti che sia la
fine, ma nessuno
ha il coraggio
di incominciare
le ultime
preghiere degli
agonizzanti.
Infatti, riapre
gli occhi,
guarda in giro;
la vista gli è
molto diminuita.
- "Non vedo
bene; che ora
è?...Padre
Nostro, non è
ancora ora?...".
- "Il Signore ti
vuole far
aspettare ancora
un poco;
coraggio!". E le
sue labbra
bisbigliano,
baciano il
Crocefisso:
"Signore... Vi
amo, ...
Signore, Vi
amo..!"
Si decide nel
frattempo, su
consiglio
medico, di
portarlo in
Convento, a
Concesa. Si
vuole dargli la
consolazione di
morire tra i
suoi
Confratelli. -
"Vuoi che ti portiamo in Convento, a Concesa?".
- "Io faccio
l'ubbidienza..:
facciano loro...
ubbidienza...
ubbidienza...".
... Una ventina
di persone sono
sui gradini del
Convento e
quando ci vedono
uscire dall'auto
esclamano:
"Facciano presto, muore, muore; è un santo,
muore un
santo...!". E
piangono".
Lo portano
nella sua cella.
Si raduna la
Comunità: gli
impartiscono l'
Estrema Unzione.
Partecipa con
lucidità. Gli
chiedono la sua
benedizione. Li
benedice ed
esclama: "Sono
contento di
morire
carmelitano!
Offro la mia
vita per il bene
della
Provincia!".
Sono le 9,15.. |
I funerali sono
stati una vera
apoteosi: mai
vista tanto
concorso di
religiosi e di
fedeli.
Da allora la sua
fama di santità
ha continuato a
permanere viva,
crescendo in
modo particolare
dopo
l'introduzione
della Causa di
Beatificazione
apertasi il 22
Giugno 1991.
Attualmente,
dopo che il 29
ottobre1993
l'Arcivescovo
Card. Martini
aveva chiuso, in
seduta pubblica,
nella chiesa
parrocchiale di
Concesa, il
Processo
diocesano sulle
virtù del Servo
di Dio, si è
passati ai
processi presso
la Congregazione
delle cause dei
Santi, a Roma.
Intanto
continuano le
testimonianze di
grazie ricevute
tramite la sua
intercessione.
Dal 2
aprile 1995,
dopo una solenne
traslazione dei
suoi resti dal
cimitero di
Concesa, Padre
Benigno riposa
nel suo
Santuario dei
Padri di Concesa

Il lungo
corteo dei
religiosi
precede la
grande folla che
accompagna il
feretro di Padre
Benigno tra le
vie del paese
pavesate a
lutto, fino al
cimitero di
Concesa. (foto
archivio)
|
O Divin
Redentore Gesù,
che nella Tua
infinita bontà
Ti compiacesti
di adunare
nell'anima
eletta di P.
Benigno
tanti tesori di
grazie
sì da renderlo
Carmelitano
perfetto
e Sacerdote
tutto zelo,
per la Tua
gloria ed il
bene delle
anime,
degnati di
ascoltare
l'umile
preghiera
che fiduciosi
noi Ti
rivolgiamo
e concedi a noi,
per
intercessione di
lui,
la grazia che
tanto ci sta a
cuore.
Amen.
Gloria
|
Per informazioni
su P. Benigno
Calvi:
Padri
Carmelitani
Scalzi,Santuario
di Concesa,
20056 Concesa di
Trezzo d'Adda (MI)
Tel. 02/90961489
- fax
02/90964144 |
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